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Riflessione sulla II° domenica dopo Natale (Don Rinaldo)
Per intodursi nella riflessione di oggi la domanda potrebbe essere questa: sai quanto è profonda la tua ferita?
Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non
interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del
rientrar di quelli, vien quasi a un tratto, tra un promontorio a destra e
un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive,
par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione e
segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda ricomincia per ripigliar poi nome
di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e
rallentarsi in nuovi golfi e nuovi seni...
È il celebre inizio de I promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Concentriamo la nostra attenzione sul ponte che sembra quasi attirare a sé le due rive lontane, rendendone possibile l'incontro e la comunicazione. Ora immaginiamo che queste due rive siano la rappresentazione esteriore di due sponde presenti dentro l'uomo: due spiagge separate da un lago profondo che produce una sorta di taglio interiore, una ferita nascosta che, mentre evoca il dolore della separazione, esprime anche il desiderio di una unità da realizzare.
Scrive a tal proposito Henri de Lubac (1896-1991), uno dei teologi più influenti del secolo XX: «Vi è nell'uomo una ferita, segno spesso segreto, ma che non si cancella, della sua grandezza. Quando questa ferita affiora alla coscienza, vi appare sotto forme multiple. È un'inquietudine sempre rinascente, un'insoddisfazione essenziale […]. È uno slancio del pensiero […]. Talvolta è pure un presentimento, il presentimento di un'altra esistenza […]. È ciò che un filosofo definiva "il richiamo della trascendenza"».
Questa lacerazione interiore, pur essendo sempre presente e pur essendo, a suo modo, dolorosa, non sempre viene riconosciuta dall'uomo; anzi, si direbbe che, per poterne prendere coscienza, vi sia bisogno di una vera e propria "rivelazione". Tale rivelazione è necessaria per dire che la ferita ha un'origine molto più profonda di quanto si immagini, e per dire che l'uomo, da sé, non è in grado di guarirla. Scrive ancora de Lubac: «Sarebbe un pessimo osservatore chi, in quella ferita, non vedesse altro che un'anomalia, un male superficiale, una specie di escrescenza che un giorno si potrebbe estirpare, un fantasma che si potrebbe dissipare, una voce estranea che si potrebbe ridurre al silenzio. Ben poco realista chi immagina che ce ne sbarazzeremo con gli sviluppi della scienza o con una salute fisica o sociale alla fine pienamente raggiunte. […] Possiamo dunque di tutto cuore e senza sottesi […] lavorare al risanamento della nostra specie e al suo progresso su tutti i fronti: la riuscita non sarà mai tale che la ferita si cicatrizzi».
Ecco dunque la situazione dell'uomo: desideroso della salute, della conciliazione interiore, della pace; e, nello stesso tempo, lacerato in se stesso da una ferita che non è in alcun modo capace di guarire. I margini della sua ferita sono lontani l'uno dall'altro quanto i pensieri di Dio sono lontani da quelli dell'uomo: «Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri», così dice il profeta Isaia nella prima lettura. È come se, nell'uomo, vi fosse uno spazio tanto ampio quanto è grande l'abisso che separa la terra dal cielo; e, finché quell'immensità sarà così incolmabile, la ferita dell'uomo rimarrà aperta e sanguinante. Quale medico potrebbe mai suturare una lacerazione i cui margini sono così distanti? Quale architetto potrebbe mai progettare e costruire un ponte fra due sponde così lontane?
È da questo particolare punto di osservazione che va letto il brano evangelico odierno: «Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba». Potremmo tradurlo così: uscendo dall'acqua, Gesù vide squarciarsi i cieli e lo Spirito – come un formidabile architetto – realizzare in pochi istanti un grande ‘arco', un immenso ‘ponte' fra il cielo e la terra. Non bisogna, però, ingannarsi sui tempi di realizzazione di questa opera prodigiosa: potrebbe sembrare l'esito facile compiuto dalla potenza infinita di Dio; ma è più corretto pensare che, dall'eternità, Dio ha pensato a quel "ponte", il quale, avendo un punto di appoggio nell'umanità dell'uomo, doveva aspettare i tempi dell'uomo e l'incognita meravigliosa e drammatica legata alla sua libertà. Si tratta di un ponte che ancora attende il "sì" di molti uomini per conoscere altre innumerevoli e mirabili realizzazioni. Ora però l'impossibile è stato reso possibile: la ferita degli uomini può essere guarita e sanata grazie alla presenza del figlio amato che ha riconciliato in sé il cielo e la terra.
Il battesimo di Gesù trasforma il muro che separava l'uomo da Dio, la terra dal cielo, l'uomo da sé stesso, il ricco dal povero, il fratello dal fratello, e, così, il muro divene un "ponte" che rende di nuovo possibile l'incontro. La porta del cielo, che era chiusa dentro il cuore dell'uomo, viene riaperta da Gesù e, nuovamente, la luce del sole può illuminare e riscaldare l'interiorità pallida e fredda dell'uomo. Di fronte a un simile prodigio, Dio stesso non si trattiene, squarcia le nubi ed esulta a piena voce: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». E l'esultanza sarà ancora maggiore quando un uomo smarrito e perduto (cfr. Lc 15,7), grazie all'invito di Gesù che lo ha raggiunto nel luogo della sua perdizione, potrà ancora avere la forza di dire, nella chiarezza di una libertà ritrovata, il proprio unico e irripetibile "sì".
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