IV° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
Per noi l'esperienze della morte è terribilmente vera, concreta, reale; la risurrezione sembra invece una realtà evanescente, lontana e tutta da verificare. La liturgia di oggi ci aiuta ad aprire una prospettiva più concreta, più umanamente tangibile sul mistero della risurrezione.
E non cessiamo d'interrogarci
ancora e ancora,
finché una manciata di terra
ci chiude la bocca.
Ma questa è una risposta?
Questi versi laceranti e senza speranza sono tratti dal Lazzaro di Heinrich Heine (1797-1856), famoso poeta e scrittore tedesco. Ci sono da sempre alcune domande che non cessano di inquietare il cuore dell'uomo; anche nel nostro tempo, per molti aspetti distratto e superficiale, tali interrogativi sono avvertiti in tutta la loro gravità: che senso ha la vita? Perché il dolore? Perché il male? Vi è un approdo a questa nostra storia e a questo nostro mondo? E Dio esiste e ascolta? Ma, se esiste e se ascolta, perché non interviene di fronte all'ingiustizia, al male, alla morte? E perché non sappiamo nulla di ciò che sta oltre la morte? Perché?
Di fronte a questi interrogativi l'uomo non accetta risposte facili, scontate o riciclate; Heine dà voce a questo bisogno di autenticità e incalza con altre domande che sembrano destinate a rimanere senza risposta: «Lascia stare le sante parabole,/ lascia stare le ipotesi pie/ cerca di risolverci senza giri di parole/ le domande dannate. Perché il giusto si trascina/ sanguinante, misero, sotto il peso della croce,/ mentre felice come un vincitore/ il malvagio si aggira su un fiero cavallo?/ Di chi è la colpa? Forse che il nostro Signore/ non è del tutto onnipotente?/ Oppure lui stesso causa l'iniquo stato?/ Ma ciò sarebbe meschino».
Potrebbe sembrare che un simile modo di argomentare e di incalzare sia frutto di una mente depressa, di una ragione sfiduciata, di una personalità pessimista; tuttavia è innegabile che, nei momenti più ardui della vita, questi interrogativi emergano e, a volte letteralmente, esplodano in maniera drammatica. Trattare queste domande come fossero il prodotto di un uomo malato, demoralizzato o, comunque sia, di un individuo non nel pieno possesso delle sue facoltà, sembra irrispettoso della stessa condizione umana.
È pur vero che l'uomo, nella sua indomita ricerca, ha trovato anche delle risposte consolanti, ha sperimentato dei percorsi possibili, ha suggerito delle soluzioni ragionevoli; e tuttavia, di fronte al dolore, al male e alla morte, la risposte risultano povere, i percorsi insicuri, le soluzioni non garantite: sembra davvero che una manciata di terra sia gettata sul volto dell'uomo che viene sepolto, terra che spegne definitivamente tutte le sue domande e le sue speranze.
Gesù stesso deve aver sperimentato la drammaticità di questa condizione di fronte alla malattia e alla morte dell'amico Lazzaro. In un primo momento Gesù sembra molto sicuro di sé e, di fronte alla notizia della malattia dell'amico, commenta: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Quando Gesù giunge a Betania, il suo amico è morto da quattro giorni. Marta gli va incontro dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Il clima generale è di fiducia e di speranza in Gesù e in Dio. Gesù dice a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Marta risponde: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Questa scena di fiducia e di grande speranza subisce un mutamento deciso al momento in cui arriva Maria, la sorella di Marta, la quale ripete: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Vedendo piangere lei e quanti l'accompagnano, Gesù freme di commozione per l'ingiustizia della morte, si turba e scoppia in pianto. Sembra che solo ora Gesù si renda conto fino in fondo della durezza della morte, dello strappo che essa provoca, della condizione di impotenza a cui l'uomo è costretto di fronte al sua signoria. La sicurezza dimostrata prima sembrava superiore a ogni dolore, ma adesso Gesù sperimenta un'intensa sofferenza, segno del suo amore per l'amico, come capiscono anche i presenti. Una volta giunto al sepolcro, Gesù prova un nuovo, irrefrenabile, moto di pianto.
Gesù è ancora commosso profondamente quando pronuncia delle parole che sconcertano gli astanti: «Togliete la pietra [dal sepolcro]!». Allora Marta, la sorella di Lazzaro, interviene: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». La fede nella risurrezione fa fatica a reggere di fronte all'odore della morte; si crede nella risurrezione, certo, ma in fondo lo si fa per consolarsi da una perdita irrimediabile; e però la realtà, la cruda realtà, emana un odore che non lascia dubbi circa la concretezza effettiva e palpabile della morte. Possibile che la risurrezione sia altrettanto vera, altrettanto pregnante, altrettanto tangibile?
Tutti sono in attesa, un'attesa sconvolgente; improvvisamente Lazzaro, che pure era morto e sepolto, esce dalla tomba ancora avvolto dalle bende: con la sua risurrezione profetizza la realtà corporea della risurrezione di Gesù, e la concretezza della nostra stessa risurrezione.
Paradossalmente, in cambio di questo gesto, Gesù riceve una sentenza di morte dalle autorità religiose del tempo; una morte che, per lui, sarà terribilmente concreta e reale; e, quando una grossa pietra chiuderà la sua tomba, ritorneranno, inquietanti, le domande di Heine: possibile che tutto si chiuda così? Che quella pietra sia la parola ultima e definitiva?
Se una risposta c'è, l'anima dovrebbe poterla sentire in maniera concreta e tangibile.
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