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V° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)




V° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
La domanda di oggi potrebbe essere questa: a quale specie di "potere" abbiamo votato i nostri pensieri, il nostro cuore, la nostra vita? E quale "gloria" ci aspettiamo?

Il mondo è cambiato. Lo sento nell'acqua, lo sento nella terra, lo avverto nell'aria. Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda. Tutto ebbe inizio con la forgiatura dei grandi Anelli. Tre furono dati agli elfi, gli esseri immortali più saggi e leali di tutti. Sette ai re dei nani, grandi minatori e costruttori di città nelle montagne. E nove, nove Anelli furono dati alla razza degli uomini che più di qualunque cosa desiderano il potere. Perché in questi anelli erano sigillati la forza e la volontà di governare tutte le razze. Ma tutti loro furono ingannati, perché venne creato un altro anello. In questo anello l'Oscuro Signore riversò la sua crudeltà, la sua malvagità e la sua volontà di dominare ogni forma di vita: un Anello per domarli tutti. Il potere dell'Anello non poteva essere sopraffatto. Ma, proprio quando ogni speranza era svanita, Isildur, figlio del Re, afferrò la spada di suo padre... Fu così che l'Oscuro Signore, il nemico dei popoli liberi, venne sconfitto. L'anello passò a Isildur che ebbe quest'unica possibilità di distruggere il male per sempre, ma il cuore degli uomini si corrompe facilmente e l'Anello del potere ha una volontà propria. Esso condusse Isildur alla morte e alcune cose che non avrebbero dovuto essere dimenticate andarono perdute. La storia divenne leggenda, la leggenda divenne mito. E per 2500 anni dell'anello si perse ogni conoscenza finché, quando si presentò l'occasione esso irretì un nuovo portatore.

Queste notizie costituiscono le premesse del celebre romanzo Il Signore degli anelli di John Ronald Reuel Tolkien. La storia, in sé, è frutto della fantasia; eppure l'Autore non intendeva semplicemente condurre i suoi lettori nelle regioni della mera immaginazione, anzi, aveva addirittura l'ambizione riproporre, in una veste inedita, i contenuti essenziali della rivelazione biblica. Al centro della storia vi è un Anello che ha il potere di corrompere la volontà degli uomini e di condurli, quasi senza che se ne accorgano, a imboccare la via dell'inganno, della violenza, della sopraffazione.

Alla base di questa narrazione è possibile riconoscere la presenza di antichi racconti e, in particolare, l'evocazione del mito di Gige, narrato nella Repubblica di Platone. Gige era un pastore, e un giorno, proprio nel luogo dove egli stava pascolando il gregge, si aprì una voragine a seguito di un terremoto. Curioso di scoprirne l'interno, vi penetrò e lì, sorpreso, vide un grande cavallo di bronzo. Il cavallo aveva delle aperture e, guardando attraverso di esse, Gige scorse all'interno il cadavere di un soldato. Quel guerriero portava al dito un bellissimo anello d'oro, glielo sfilò e lo prese con sé. Uscito dalla caverna, nel metterlo, scoprì per caso che girando il castone verso di sé, cioè dalla parte interna della mano, egli diventava invisibile a chiunque, effetto che scompariva quando di nuovo girava il castone verso l'esterno. Gige comprese presto che quell'effetto straordinario poteva essere usato per fare dei sotterfugi, degli inganni di vario tipo, poteva anche diventare il mezzo ideale per uccidere senza essere riconosciuti. Glaucone, che riporta questo mito, sostiene che se questo anello venisse dato a due uomini, uno giusto e l'altro empio, questi, se fossero liberati dal dovere di rendere conto del proprio comportamento, finirebbero per comportarsi nella stessa maniera. Si è giusti solamente sotto costrizione, ossia, solo se c'è una legge che vincola a obbedire e un'autorità che obbliga e punisce; poiché, nei singoli casi, l'ingiustizia e il non rispetto delle leggi è più utile e vantaggioso.

Anche oggi assistiamo a una serie innumerevole di esempi in cui gli uomini, quando possono agire senza essere visti, o quando hanno un potere tale da stare al di sopra della legge (immunità), si lasciano facilmente andare a commettere reati, dai più piccoli ai più grandi. Glaucone spiega che, in fondo, tutti preferiamo l'ingiustizia alla giustizia; e, se anche c'é qualcuno che non commette reati di alcun tipo, non lo fa perché ami la giustizia, ma solo perché ha paura di essere scoperto! In fondo, ciò che conta non è la giustizia, ma il "potere"! Ma che cos'è questo "potere"? È appunto la possibilità di fare quello che si vuole senza incorrere nelle sanzioni della legge. L'Anello di Gige e l'Anello di Isildur sono simbolo del potere perché permettono di fare qualunque cosa senza soggiacere al vincolo di alcuna autorità.

Quando, ai tempi di Gesù, iniziarono a diffondersi le voci sui prodigi che egli compiva, e anche sul suo comportamento che non si piegava ad alcuna autorità terrena, ci si chiedeva: «Da dove gli viene il potere che dimostra di avere?». È il potere dell'Anello, o è un potere di altra natura?

Il brano evangelico di oggi racconta di alcuni greci che chiedono di vedere Gesù, forse proprio attirati dal potere che, in lui, appare veramente nuovo e disinteressato: fa udire i sordi e fa parlare i muti. Gesù risponde con una parabola, capace di illuminare il senso della sua intera esistenza: egli paragona se stesso a un seme gettato nella terra; è l'immagine naturale di un dono che è autentico solo se accetta di arrivare fino alla morte. Il dono è senza riserve nella speranza di raccogliere un frutto che sia, allo stesso modo, senza restrizioni: «Quando sarò innalzato attirerò tutti a me». In altre parole, il frutto sperato è che tutti gli uomini – attualmente orientati verso il potere dell'Anello – siano attratti irresistibilmente da un'altra forza, quella di un potere che arriva al paradosso di dare la vita, la propria vita, in un'offerta totale che non è solo per gli amici, ma addirittura per i nemici.

I greci volevano sapere chi fosse realmente Gesù, e quale fosse l'origine del suo potere; la sua risposta li invita a considerare, in anticipo, il mistero della sua croce. Il "potere nuovo" che chiede di essere compreso è dunque la croce. A prima vista, non sembra vi sia alcun "potere" in uno strumento persecutorio così atroce: in essa semmai vi è solo fatica, sofferenza, ingiustizia, fallimento. Ma nella croce di Gesù vi è qualcosa di molto più profondo: è il luogo dove si può vedere a quale limite senza limiti sia arrivata la sua dedizione per gli uomini; è il luogo dove viene rivelato il suo autentico "potere", non tanto quello di "prendere", quanto quello di "offrire"; sulla croce di Gesù, Dio stesso rivela il proprio volto, quello di un «Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito» (Gv 3,16).

Notiamo come, nel Vangelo di Giovanni, Gesù parli della croce come se non fosse affatto una pena infame e vergognosa; anzi, paradossalmente, ne parla come se si trattasse di un momento glorioso: «Quando sarò innalzato», «quando sarò glorificato». La croce è dunque un momento di potere e di gloria; purché non la si intenda come il potere e la gloria dell'Anello, il potere dell'arbitrio e della sopraffazione; ma come il potere e la gloria di un amore che sacrifica sé stesso e non l'altro, che non tradisce anche a costo della vita, che non si scoraggia pure di fronte alla forza apparentemente soverchiante delle forze mondane. D'ora in poi il potere e la gloria di Dio stesso va riconosciuta non là dove c'è il predominio e l'arbitrio della forza, ma là dove c'è l'abbandono fiducioso di un seme che muore.