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IV° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)




IV° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
Oggi dovremmo dire che non basta "amare" per essere salvi. Una simile affermazione sembra in contraddizione con il messaggio di fondo del cristianesimo stesso; e, invece, bisogna avere il coraggio di chiedersi a chi o a che cosa diamo il nostro amore.

Immagina che un gruppo di uomini sia vissuto fin dall'infanzia in una caverna sotterranea, collegata all'esterno da una galleria piuttosto lunga. Immagina anche che questi uomini, seduti con la schiena rivolta verso l'apertura, abbiano catene al collo e alle gambe e che quindi non possano girarsi verso la luce, ma vedano solo le ombre proiettate sul fondo della caverna. Per gli uomini quelle ombre sono l'unica cosa esistente. Immagina ora che uno degli abitanti sia riuscito a liberarsi dalla prigionia: di certo si chiederà da dove provengano tutte le ombre proiettate sulla parete della caverna. Che cosa credi che avvenga nel momento in cui si gira verso l'apertura della galleria? Naturalmente all'inizio sarebbe accecato dalla luce…

È l'inizio del racconto di uno dei più noti miti dell'antichità, il mito della caverna, narrato da Platone ne "La Repubblica". Lo abbiamo riportato qui con le parole dello scrittore norvegese Jostein Gaarder tratte dal suo romanzo Il mondo di Sofia. È una situazione che caratterizza non soltanto chi, fin dalla nascita, si è trovato, suo malgrado, a vivere nella caverna, ma anche tutti coloro che hanno finito per preferire la vita nell'oscurità piuttosto di quella alla luce. Essi arrivano a sentirsi a proprio agio soltanto nell'ombra, mentre la luce viene sentita non solo come principio di abbagliamento, ma anche come sorgente di dolore. Accade infatti a chi è rimasto per tanto tempo al buio di avvertire proprio questi sintomi quando viene esposto alla luce. Si sviluppa in tal modo una vera e propria malattia, il cui nome significa "paura della luce", perché tutto ciò che ha a che fare con la luce viene sentito come un pericolo per l'incolumità della persona. L'unico modo di curare la "fotofobia" sembra essere quello di vivere nell'oscurità, al buio, nella caverna.

A prima vista, si può avere l'impressione che tutti gli uomini scelgano spontaneamente la luce e che verso di essa orientino la propria vita; come si legge nel libro di Qoelet: «Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole» (11,7). Si può anche pensare che nessuno, in realtà, scelga l'oscurità come condizione ideale della propria esistenza. Il punto è che ogni giorno della vita contiene una domanda nascosta alla quale ognuno, inevitabilmente, dà la sua risposta; la domanda è: preferisci il giorno o la notte, la luce o le tenebre? Non si tratta di una domanda teorica o che riguarda il nostro superficiale gusto estetico, ma riguarda la vita nella sua realtà più concreta; si presenta così: la mia vita di oggi può ricevere la luce del sole, oppure è meglio che rimanga nascosta perché, in essa, vi è qualcosa che non riesco a guardare alla luce, perché verrebbe smascherato un mio inganno, un imbroglio, che può funzionare solo nella penombra e di cui, in fondo, mi vergogno?

Quando, giorno dopo giorno, un uomo ha sempre, o quasi sempre, qualcosa da nascondere, egli, lentamente, si immerge nell'oscurità e finisce per sopportare sempre meno la luce, che diviene fonte di fastidio, di dolore, di accecamento. Nello stesso modo accade a colui che si abitua alla menzogna: egli finisce per non sopportare più il "dolore" della verità. Il punto è che l'agire condiziona il comprendere: se agisco male, l'unica verità che riconosco e che riesco a "sopportare" è, in realtà, una menzogna. Si arriva a difendersi dalla luce, perché essa mette in chiaro le nostre contraddizioni, e questo fa male. Per riconoscere e apprezzare la verità – non una verità teorica, fredda, distaccata, ma quella in cui ne va della vita – non è sufficiente essere intelligenti: occorre agire in modo coerente, si deve avere il coraggio di riconoscere subito la propria contraddizione, e non si può avere paura della luce, anche se fa male.

Lo scopo della luce non è, in primo luogo, quello di svergognare gli uomini mettendo in chiaro le loro nefandezze, ma quello di offrire una cura efficace per la loro malattia: la "fotofobia dello spirito" non si cura col buio, ma con la luce. «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Eppure gli uomini non hanno riconosciuto e accolto la luce della verità come la medicina che li poteva salvare; e, invece, hanno "amato" le tenebre perché "meno dolorose", meno difficili da sopportare, decisamente più complici delle proprie contraddizioni. Da qui discende un inevitabile giudizio: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate». "Amare (agape) le tenebre" non è l'esito di una debolezza momentanea, di una distrazione, di un errore, di una caduta da cui ci si può rialzare, ma è il risultato di una scelta di fondo che esclude la luce dalla propria vita: gli uomini hanno dato il loro cuore (agape) alle tenebre. «Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». Gesù non dice "chi conosce la verità" viene da Dio, ma "chi fa la verità", perché la verità non è prima di tutto un concetto, ma l'opera di chi è generato dalla luce e ama la luce.