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III° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
Di fronte alle contraddizioni degli uomini, di fronte alle ingiustizie, ai crimini, alle reiterate nostre omissioni che cosa dovrebbe fare Dio? Prima o poi viene certo l'ora di fare i conti, ma quale criterio userà il Giudice? E quale criterio, se non quello della fedeltà al patto che Egli ha stabilito con noi, e noi con Lui, all'interno del nostro cuore?
Io accolgo te come mia/o sposa/o
e prometto di esserti fedele sempre
nella gioia e nel dolore
nella salute e nella malattia
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.
Queste parole, che suggellano il matrimonio, mettono bene in evidenza come il patto coniugale preveda, da un lato, l'accoglienza di un dono e, dall'altro, la promessa di fedeltà a quello stesso dono. Le due cose si implicano vicendevolmente perché è proprio la fedeltà che permette l'accoglienza; il dono infatti è nuovo ogni giorno e ogni giorno chiede di essere accolto in una situazione inedita e particolare: nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. La scoperta sorprendente di questo dono e la conseguente promessa di fedeltà ad esso rappresentano il vertice nella storia di alleanza fra un uomo e una donna. Le parole del patto lasciano intendere che la fedeltà reciproca deve essere più forte dell'attrazione spontanea fra l'uomo e la donna, perché con tali parole si dichiara subito la propria fermezza e la propria tenacia nonostante siano prevedibili periodi di aridità, di malattia, di dolore. E, questo, senza eccezioni e senza termini di scadenza. Chissà se gli sposi, nel momento in cui pronunciano queste parole, si rendono conto di quanto siano compromettenti, e anche quanto siano incredibilmente grandi? Sono certamente fra le parole più alte e più impegnative che un uomo o una donna pronuncia nella propria vita.
Un patto simile a questo e, per diversi aspetti, ancora più impegnativo e sorprendente è quello fra Dio e il suo popolo. Nella prima lettura di oggi – il testo dei dieci comandamenti, le «dieci parole» come sono dette in ebraico – vengono richiamate le promesse fondamentali che l'uomo deve impegnarsi a osservare nei confronti di Dio e del prossimo. Il legame con Dio o il suo tradimento dipendono essenzialmente dalla fedeltà o meno a queste norme. Forse un po' come gli sposi, il popolo di Israele non si rendeva conto di quali conseguenze erano implicate in quel patto e in quella promessa. I profeti ripetutamente hanno dato voce alla preoccupazione, all'amarezza, alla rabbia, perfino alla "gelosia" di Dio, esasperato dai reiterati tradimenti dell'alleanza da parte del suo popolo. Raramente la voce scomoda dei profeti è stata ascoltata; anzi, non di rado, essi sono stati braccati, perseguitati e uccisi. Di fronte a tante dimostrazioni di infedeltà che cosa farà Dio? Un patto si rompe nel momento in cui uno dei contraenti lo tradisce. Certo, Dio è paziente e sa aspettare, ma fino a che punto? Raccontiamo questo passaggio con le stesse parole di Gesù, dopo che Dio, amareggiato, constata che i suoi inviati, i profeti, non sono stati ascoltati; anzi, «uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: "Avranno rispetto di mio figlio!" Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?» (Mt 21,35-40). Ecco la domanda centrale della liturgia di questa domenica, che cosa farà Dio?
Cerchiamo di individuarlo guardando all'atteggiamento di Gesù così come è narrato nel Vangelo di oggi. Nel Tempio di Gerusalemme c'era un posto riservato ai non-ebrei che volevano avvicinarsi al Dio di Israele; quel luogo era stato fatto diventare un mercato di animali e di denaro. La casa della preghiera era stata trasformata in un luogo di commercio, ennesimo esempio di tradimento dell'alleanza. «Allora Gesù fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: "Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!"». È l'inizio del "castigo di Dio". L'uomo sa che è così; anche se, per lo più, lo "sa" al di sotto del livello della coscienza: "sa" di aver tradito l'alleanza con Dio. Lo dicono chiaramente gli interlocutori di Gesù di fronte alla sua domanda: «Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli? Gli rispondono: "Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo"» (Mt 21,40-41). È dunque giunto il momento della "resa dei conti": è ora di finirla di lucrare il perdono di Dio offrendo animali che sono costretti a morire "al posto" di colui che ha commesso il delitto; è ora di finirla con questa idea che perfino la riconciliazione con Dio si compra col denaro; è ora di finirla con questo culto in cui Dio sembra un esattore di tasse, un grossista del peccato, un commerciante. È dunque finito il tempo dell'alleanza con Dio? Il tempo della pazienza, della misericordia, del perdono? Questo si aspetta l'uomo, perché così agirebbe lui trovandosi al posto di Dio.
E invece Dio non solo non rompe l'alleanza, ma la porta a compimento, mostrando com'è fatto il sacrificio in grado di espiare davvero i peccati: è quello di chi offre sé stesso al posto dell'altro e non quello che sacrifica l'altro al posto di se stesso. L'animale offerto, l'agnello, è Gesù stesso che dà la sua vita in "vece" del peccatore. Così fa Dio! Eppure, di fronte a questo, l'uomo rimane sbigottito, incredulo, addirittura scandalizzato. Come dice la seconda lettura di oggi: «Noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma […] ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini».
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