II° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
Abramo non è un eroe tragico, ma qualcosa di tutt'altro: o un assassino o un credente. La determinazione intermedia che salva l'eroe tragico, manca in Abramo. Perciò si ha ch'io posso comprendere l'eroe tragico, ma non posso comprendere Abramo.
Sono parole di Søren Kierkegaard (1813-1855), filosofo di Copenhagen, a commento del celebre episodio di Abramo chiamato da Dio a sacrificare il figlio Isacco. Abramo si trova nella condizione paradossale di colui che, proprio per aver creduto alla parola di Dio, ha visto compiersi la promessa di un figlio, Isacco. Abramo non aveva avuto figli dalla moglie Sara ed erano ormai molto avanzati in età quando udirono la parola di Dio che li assicurava che avrebbero avuto una discendenza: «Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: "Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novanta anni potrà partorire?"» (Gen 17,17). Ebbene quella promessa impossibile si realizzò; ma, ora, per la stessa fede nella parola di Dio, Abramo si dispone a sacrificare il frutto benedetto di quella promessa.
Annota Kierkegaard nel suo Diario: «La cosa terribile nella collisione è che non si tratta di una collisione tra l'ordine divino e l'ordine umano ma tra l'ordine divino e l'ordine divino». Che senso può avere la fede in una parola che sembra del tutto arbitraria? Può Dio chiedere di uccidere quando il suo stesso comandamento impone il contrario? Come poter essere certi che quella di Abramo è fede autentica e non soltanto un'illusione? Il punto è, secondo Kierkegaard, che Abramo si trova in una situazione per cui non può dimostrare di avere veramente ascoltato la voce di Dio; certo, potrebbe cercare di dirlo, ma chi sarebbe disposto a credere che Dio gli avrebbe chiesto di sacrificare proprio il figlio nato per grazia. Di fronte alla parola di Dio, così inspiegabile, Abramo si trova immerso in una solitudine abissale. Abramo, secondo Kierkegaard, rappresenta la figura di una fede che non si spiega e non dà spiegazioni. Abramo crede obbedendo senza esitazioni, senza dubbi, senza discussioni. Ma ciò che accade nel rapporto così unico fra Dio e Abramo non è assolutamente comprensibile per gli altri; anzi, appare sbagliato, brutto, peggio ancora, risulta decisamente immorale. Come può Dio chiedere a un padre di sacrificare il proprio figlio? E, poi, proprio "quel figlio" ricevuto in una condizione impossibile; ora Dio chiederebbe di sacrificarlo?! Ma a nessuno, nemmeno a Dio, può essere lecito fare una simile richiesta! Ma Abramo non discute il comando divino e si avvia sulla montagna con Isacco.
Kierkegaard commenta: di solito si può capire quale sia il dramma di un eroe tragico, quale sia il conflitto nel quale egli si trova immerso e lacerato; nel caso di Abramo, invece, il conflitto si pone in termini inaccettabili: Dio non può chiedere di sacrificare un figlio; e poi, così, senza alcuna spiegazione. Per questo, agli occhi del mondo, ma anche agli occhi di "Dio", Abramo risulta essere un assassino, un criminale. Rimane forse un appiglio "disperato", un appiglio per cui non si può escludere che vi sia un rapporto a tal punto "unico" ed "esclusivo" fra Abramo e Dio da giustificare un comportamento che, agli occhi di tutti, appare inammissibile. Quindi, ecco la conclusione di Kierkegaard: «O un assassino o un credente». Come dire, o tutto o niente; ma, concretamente, il dubbio rimane perché non si può sapere quale sia l'intima verità che guida l'agire di Abramo. Egli è "solo" di fronte a Dio; mentre la sua situazione risulta incomprensibile agli occhi del mondo. Paradossalmente, sostiene Kierkegaard, succede che «io posso comprendere l'eroe tragico, ma non posso comprendere Abramo». Il cavaliere della fede non può essere confortato: «Su Abramo non si può piangere», perché non lo si può capire. Abramo è confinato nella solitudine di un silenzio che si identifica con la sua stessa sofferenza: «Abramo non può parlare», perché non ha parole per potersi spiegare.
Questa è la situazione di Abramo, ma che dovremmo dire di Dio, delle sue richieste, del suo modo di agire? Per capire il senso dell'agire di Dio è opportuno riandare all'episodio di Abramo che si dispone a sacrificare il figlio Isacco. Dopo essere stato messo alla prova da Dio e aver testimoniato la propria assoluta obbedienza a lui, fino ad accettare il sacrificio del figlio, un angelo impedisce ad Abramo di stendere la mano su Isacco. La figura dell'angelo rappresenta l'espressione dei sentimenti profondi di Dio: vi è nelle parole dell'angelo una tonalità che esprime ad un tempo la commozione e l'esultanza divina di fronte alla disponibilità sconfinata di Abramo. Pur essendo questa una situazione al limite di ciò che è umanamente tollerabile e, quindi, molto difficile da interpretare, segnaliamo in essa l'importanza di due aspetti particolarmente significativi: da un lato la compassione profonda che Dio dimostra di avere nei confronti di un padre che offre il figlio; dall'altro, il fatto che la richiesta incredibile di Dio possa avere comunque una sua legittimità. Dio sembra voler mostrare che vi sono delle condizioni estreme in cui si può chiedere a un padre di offrire il proprio figlio. La cosa appare a noi "scandalosa", ma osserviamo il modo di agire di Dio: non vuole che Abramo uccida "suo" figlio, ma sembra chiedergli se riuscirebbe a capire ciò che Lui stesso avrebbe permesso con il "proprio" Figlio. Lo dice senza mezzi termini la seconda lettura di oggi: «Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi».
Vi è una drammaticità sconcertante in questo agire di Dio, il quale, non soltanto ama il mondo al punto da dare il Figlio unigenito (cfr. Gv 3,16), ma sembra anche avere l'"assoluta necessità" di essere capito, al punto da chiedere se vi sia almeno "un uomo" che riesca a concepire un amore che arriva a un limite così estremo. L'atteggiamento obbediente di Abramo sembra rispondere in maniera così piena all'attesa fremente e incerta di Dio da farlo letteralmente esultare: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare».
È proprio l'amore sconfinato di Dio che Abramo ha saputo sentire e vedere; e, quasi contagiato da esso, si è avviato col proprio figlio verso il monte del sacrificio. Ma quello stesso amore ha impedito la violenza su Isacco, figlio della promessa. Abramo ha visto perché il suo occhio è stato illuminato da una luce capace di rivelare in profondità il senso delle cose e degli avvenimenti; è la stessa luce che sul Tabor ha illuminato il volto di Gesù e dalla quale è uscita una voce che è ancora piena di verità per chi, oggi, sia disposto ad accoglierla.
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