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I° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)




I° Domenica di Quaresima Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)

E' un fatto che l'oscurità ci minaccia da ogni lato, da fuori e - quel che è peggio - anche da dentro. Fissiamo il nostro sguardo sull'unica luce che, nella notte più nera, è rimasta accesa.

Tutte persone cercano di stare in piedi, di "tirar dritto", di trovare il proprio equilibrio, una dinamica, una condizione di spirito che consentano la sopravvivenza. […] L'arte di stare in piedi, di tenere la rotta suppone un orizzonte più felice verso il quale dirigersi [una luce]. Ciò che mina questa progressione non è la sofferenza né lo scacco, ma la disperazione [il buio].

Sono parole di Alexandre Jollien, nato in Svizzera nel 1975 con una grave disabilità cerebrale-motoria legata alla difficoltà del parto: «A voler fare troppe capriole nel ventre di mia madre, mi sono annodato il cordone ombelicale attorno al collo e... puoi vedere tu stesso i danni: ho un po' di difficoltà a coordinare i movimenti, il mio passo è esitante e parlo lentamente». Alexandre ha vissuto tutta la sua infanzia e la prima giovinezza in un istituto specializzato. A 17 anni la sua vita ha avuto un sussulto grazie all'incontro con la filosofia insegnatagli da un vecchio prete. Così, dopo il diploma di scuola superiore, si è dedicato completamente allo studio universitario della filosofia e del greco, prima all'Università di Friburgo e poi a Dublino. I suoi libri tradotti in italiano sono: Elogio della debolezza, Qiqajon, 2001, Il mestiere di uomo, Qiqajon, 2003, da cui abbiamo tratto la citazione iniziale, e Cara Filosofia. Lettere di un giovane filosofo ai Maestri antichi, Angelo Colla, 2008.

Si potrebbe tradurre così il messaggio che traspare dalle sue parole: «Tutte persone cercano di stare in piedi», di trovare un motivo per dare stabilità alla propria esistenza, ma senza una luce, senza un punto di riferimento stabile e sicuro, questo non è possibile. Il problema è che tutti gli uomini, fin da bambini, sperimentano l'incubo del buio e questa esperienza produce una ferita che non potrà mai essere del tutto rimarginata. L'esperienza dell'oscurità viene poi indicata con nomi diversi, più specifici ed esistenziali come "dolore", "morte", "male", "tentazione", "colpa", "infelicità". In situazioni come queste l'uomo fa molta fatica a stare in piedi ed è molto facile perdere l'equilibrio e cadere. L'esperienza del buio rende tutto più difficile: non si vedono le insidie, si moltiplicano i pericoli, aumentano i sospetti. Per poter reggere in simili situazioni è necessaria una luce, per quanto piccola, che rimanga accesa e stabile nell'oscurità.

Quando ero giovane studente di scuola superiore, un'insegnante ci aveva raccontato che un uomo quando si trova fisicamente al buio, un buio veramente profondo e radicale, e quando a tale stato di oscurità si aggiunga l'assenza totale di suoni e di rumori, non è possibile stare in piedi. Ricordo che assieme a un amico decidemmo di verificare questa strana "cosa" andando nelle vecchie cantine della ex fabbrica di birra di Longarone, chiusa ormai da anni, dopo il disastro del Vajont. Scesi due piani sotto terra e giunti che fummo nel cuore delle grandi cantine, dopo aver sostato in silenzio per alcuni istanti, quasi d'incanto, ci ritrovammo entrambi per terra.

Per rimanere in piedi, ci spiegava l'insegnante, basta guardare una piccola fonte di luce, un lumicino, anche se fosse posto a centinaia di metri sarebbe di per sé sufficiente: una sola candela accesa è in grado di far stare in piedi migliaia di persone immerse nell'oscurità. Anche se l'uomo si trova al buio non per questo è destinato a cadere, anche se la sua lampada è spenta non è scontata la sua capitolazione: basta che vi sia una sola piccola luce, pure lontana, e che egli la guardi, per poter ancora rimanere in piedi.

Ora immaginiamo che nella valle oscura dove gli vivono uomini inizi a soffiare un vento sinistro, il vento maligno della tentazione, il cui impeto riesca progressivamente a spegnere le loro lampade; ebbene, che cosa accadrebbe se nemmeno uno di questi lumi rimanesse acceso? Non significherebbe forse la catastrofe di tutto e di tutti, la caduta inesorabile di ognuno, la disperazione più nera e la perdizione più assoluta?

Ora supponiamo invece che uno, uno solo, riesca a resistere al vento della tentazione e a tenere accesa la sua lampada; tutti, potenzialmente, potrebbero ancora rimanere in piedi, a patto che fissino il loro sguardo su quella luce immersa nell'oscurità.

Questa premessa ci consente di penetrare più a fondo il messaggio contenuto nel brano evangelico di oggi in cui Gesù, pur essendo Figlio di Dio, viene sottoposto, per lungo tempo, al vento della tentazione: «Nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana». I quaranta giorni di deserto evocano in quarant'anni in cui Israele, al tempo dell'Esodo, ha affrontato il deserto con le sue prove e le sue tentazioni, prima di poter entrare nella Terra promessa. Quarant'anni in quaranta giorni indicano un periodo lungo e particolarmente "denso"; eppure, per quanto la tentazione sia stata intensa e distesa nel tempo, non possiamo limitarla a un fatto solo transitorio nella vita di Gesù; anzi, in un certo senso, tutta la sua vita è stata sottoposta all'insidia della tentazione; perfino sulla croce, quando ormai per lui il tempo si era "fatto breve", Gesù ha udito una voce insinuante e all'apparenza assolutamente ragionevole: «Salva te stesso scendendo dalla croce!» (Mc 15,30). Possibile che la salvezza degli uomini implichi "necessariamente" una morte violenta e ingiusta? È la tentazione di considerare il bene della propria vita più importante dell'obbedienza al Padre; è la difficoltà di ammettere che affidarsi a Dio è più importante e più urgente che preservare la propria esistenza biologica.

Dunque, anche Gesù ha subito fino all'ultimo la tentazione; ma, ci chiediamo, quanti sono gli uomini che hanno retto al vento insinuante e maligno della seduzione? Quanti sono riusciti a tenere accesa la propria lampada? Lo dice con chiarezza san Paolo: «Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Rm 5,12). Questo sembra significare che, se anche Gesù dovesse cedere alla tentazione, non rimarrebbe accesa alcuna luce nella valle degli uomini e tutti sarebbero destinati a cadere nell'oscurità e nella disperazione più assoluta e più totale. Ma Paolo continua: «Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita» (Rm 5,18).

Se l'unica luce rimasta accesa sul mondo è quella di Gesù, il nostro compito non è, in primo luogo, quello di cercare di rimanere in piedi con le nostre sole forze (è impossibile), ma di fissare il nostro sguardo su di lui, sulla sua luce che, sola, ci può ancora permettere di stare in piedi e di sfuggire alla disperazione.

È proprio questa la bella notizia che Gesù intende far sapere a tutti quando proclama il suo annuncio: «Convertitevi e credete nel Vangelo».