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Domenica di Pasqua: Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
Agnus Dei
qui tollis peccata mundi
dona nobis pacem.
La prima volta che Giovanni il Battista vede Gesù venirgli incontro, dice queste parole: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29). L'espressione ci è famigliare, perché viene ripetuta in ogni celebrazione eucaristica, ma il suo significato non è immediato: che cosa vogliono dire veramente queste parole? Potrebbero essere riferite all'agnello pasquale degli ebrei, quello che doveva essere senza difetto e immolato al tramonto, quello il cui sangue segnava le case preservate dal passaggio dell'angelo sterminatore. Il riferimento è forse possibile, ma le parole di Giovanni Battista, nella loro seconda parte – quella che dice, letteralmente, «ecco colui che prende su di sé i peccati del mondo» – non sembrano andare in questa direzione. Piuttosto l'allusione è al profeta Isaia, e precisamente al passo in cui si dice: «Il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. [...] Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca, [...] per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte. [...] Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, [...] si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. [...] Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità. [...] Ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori» (Is 53,6-12). Questo riferimento all'agnello, come servo di Dio che si fa carico delle iniquità del popolo e che, innocente, muore in vece dei peccatori, richiama l'immagine del capro espiatorio descritto nel libro del Levitico, dove si legge: «Aronne poserà le mani sul capo del capro vivo, confesserà sopra di esso tutte le iniquità degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati e li riverserà sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo incaricato di ciò, lo manderà via nel deserto» (Lv 16,21). La prassi seguente prevedeva che il capro venisse fatto precipitare da una rupe non lontana da Gerusalemme.
Nell'antica cultura ebraica, ma anche più ampiamente in quella mediterranea, vi era la convinzione che il peccato portasse inevitabilmente alla morte di colui che lo ha commesso; ma, grazie a un ingegnoso "sistema", la morte poteva essere trasferita su un "altro", un animale, il quale, sebbene fosse innocente, subiva la morte al posto dell'uomo peccatore. Il meccanismo si ripete nella figura del servo di Dio, evocata da Isaia, ma questa volta a morire non più un animale bensì "un uomo".
Gesù è dunque l'agnello di Dio, l'agnello del sacrificio con cui i sacerdoti celebravano il sacrificio di purificazione dei peccati. Non è più il sangue degli agnelli che ci purifica, ma il sangue dell'Agnello! Nel suo sangue Gesù lava i peccati del mondo. Questo è il battesimo che Gesù doveva ricevere, l'immersione nelle acque della morte per effondere il suo Spirito, la sua Vita, il suo Amore. In questo senso diceva: «C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12,50).
Quello che sconcerta è il fatto che Dio sembra disponibile ad accettare questa sconcertante "sostituzione": l'Agnello al posto del peccatore. Da qui è nata l'idea che Dio, per poter perdonare i peccati, avesse bisogno di essere "soddisfatto" attraverso un sacrificio. E, siccome il peccato dell'umanità è gravissimo, per poter ancora ottenere il perdono, Dio avrebbe preteso un risarcimento per il quale non bastavano più i sacrifici di animali, e nemmeno quello di uomini, bensì quello del suo stesso Figlio. In tal senso Gesù sarebbe l'unico sacrificio gradito da Dio, il prezzo altissimo che è stato necessario "pagare" per placarlo.
Un simile modo di vedere le cose, insinua il sospetto che l'amore di Dio non sia affatto gratuito, ma che sia invece condizionato a un "compenso" preciso. Come giustificare allora frasi come questa: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,16-17)? Se Dio fosse davvero colui che deve essere "ricompensato", non toccherebbe a lui offrire il prezzo del riscatto, e tanto meno pagare attraverso il proprio Figlio! A meno che non sia un "Dio" totalmente insensibile e interessato soltanto alla fatto che, alla fine, i "conti" tornino. Il suo amore sarebbe soltanto un affetto sotto condizione.
Il punto capitale di questa riflessione è che, in realtà, noi possiamo scoprire il vero volto di Dio solo guardando a Gesù, al suo volto, che è il volto di un uomo che ha dato la vita per i propri amici e anche per i suoi nemici. Se Gesù è l'Agnello, cioè colui che nel dono della propria vita offre la vita all'altro, allora la sua croce è la rivelazione di un amore che arriva a dare la propria vita perché l'"altro", l'uomo peccatore, possa vivere. Questo amore, dice Gesù, è quello stesso di Dio! Amore tenace, che non lascia nulla di intentato. Amore fedele, che non si sottrae al sacrificio. Amore coraggioso, che sfida col suo perdono l'odio di quelli che lo crocifiggono! Se mai esiste un luogo dove vedere cosa è Amore, quel luogo è la croce di Gesù. Questo "amore" è l'Amore di Dio stesso! In Gesù che muore, Dio stesso dà la sua vita. E questo non ha nulla a che vedere con quel "Dio" che avrebbe preteso la morte del Figlio per poter essere soddisfatto dallo scompenso provocato dal peccato degli uomini.
Allora i chiodi, che sono piantati nel corpo di Gesù, sono conficcati anche in Dio; le spine, che sono sul capo di Gesù, sono inserite anche nel cuore di Dio. E, nello stesso tempo, penetrano anche nel cuore della madre, Maria, come suggerisce questa poesia di Giovanni Cristini (1925-1995) tratta dalla raccolta I chiodi e i dadi (La Locusta 1961).
Il corteo si è fermato sulla triste collina.
Nudi echeggiano i colpi.
Madonna! Madonna! conficcano chiodi
nella tua anima, turbata colomba.
Il figlio non ha lamenti,
ma tu lo senti sotto le tue chiuse palpebre il suo martirio.
Tre chiodi hanno forato le carni dell'agnello senza lamento.
E tu lo vedi ormai, piagato stendardo,
sulla croce che s'alza e vacilla nell'aria…
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