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Domenica delle Palme: Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)




Domenica delle Palme: Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
Invio la riflessione che ho proposto ai ragazzi della scuola giovedì scorso, è un tentativo per cercare renderli sensibili alla serietà del bisogno umano di salvezza e soprattutto alla profondità della risposta della fede.

Osanna non significa urrah! e neppure "Viva Gesù!", bensì: "Vieni, abbiamo bisogno di te!". Se l'uomo in difficoltà lanciasse questo grido, l'aiuto non gli verrebbe negato. Questo è bene sapere per comprendere che cosa sia la fede.

Sono parole di Karl Barth che è stato il maggior teologo protestante del Novecento, nato nella città svizzera di Basilea nel 1886 e là morto nel 1968. "Osanna" è il grido delle folle mentre Gesù fa il suo ingresso trionfale in Gerusalemme; si tratta di un'acclamazione ebraica (Hoshi'a-na') che letteralmente significa: "Orsù, salvaci!". Non è, perciò, come siamo soliti pensare, un grido di allegria, un urrah! come ci ricorda Barth. È, invece, un appello rivolto a colui che può liberare da un pericolo imminente, un grido a chi può sollevare dalla disperazione, un'invocazione a chi può portare salvezza. Per questo il tono proprio dell'"osanna" non sta nel clamore eccitato ed esteriore, ma è invece in quell'intima intensità che è propria della fede: «Signore, salvami!» (Mt 14,30).

Quando noi ci sentiamo in pericolo a chi chiediamo aiuto? E, prima ancora di questo, quando perdiamo l'orientamento e siamo prossimi al naufragio, noi, riconosciamo di avere bisogno di aiuto? Succede spesso oggi che coloro i quali si trovano in pericolo non se ne rendano conto e, anche se la situazione fosse molto grave, non chiedano aiuto. Qualche volta, se non ci fosse una madre che va a supplicare l'aiuto al posto del figlio il quale, invece, è convinto di non aver bisogno di nulla, o se non ci fosse un amico vero che si preoccupa del suo compagno e va, in sua vece, a chiedere soccorso, le persone si smarrirebbero completamente senza dire niente, senza invocare nessuno, senza nemmeno rendersene conto. Quante volte un giovane che fa uso di droghe si rende conto di aver bisogno di aiuto? Quante volte un mafioso dimostra di essere conscio del suo stato di malessere spirituale e chiede soccorso? Quante volte un ladro che la fa franca è consapevole di aver imboccato una strada di perdizione? Quante volte noi, nelle nostre piccole o grandi solitudini, nei nostri smarrimenti, nei nostri fallimenti, nel nostro dolore segreto, abbiamo la forza di dire Hoshi'a-na', "Signore salvami", perché da solo non posso farcela?

A questo punto – come ci invita a fare la grande liturgia di questi giorni – facciamo un "salto" al momento in cui Gesù sta per morire, quando si fa buio su tutta la terra; in quel momento l'insuccesso di Gesù appare tanto certo quanto completo. Ormai la sua vita si spegne; egli ha solo la forza per emettere un ultimo, estremo, grido: «Padre, nelle tue mani consegno il mio respiro». È come un "osanna": "Padre, mi affido a te, salvami!". «Se l'uomo in difficoltà lanciasse questo grido, l'aiuto non gli verrebbe negato. Questo è bene sapere per comprendere che cosa sia la fede» (Karl Barth). L'ultima parola di Gesù è la parola della fede, il suo affidamento al Padre fino all'ultimo respiro. "Osanna" è l'ultima parola detta da Gesù sulla croce, ma non solo per sé stesso, perché è anche la preghiera detta in favore dei suoi amici che erano totalmente smarriti, quasi senza rendersene conto; è addirittura la preghiera smisurata pronunciata in favore dei suoi persecutori, coloro che sono arrivati a crocifiggere proprio la persona che li avrebbe potuti salvare. Per costoro Gesù invoca Hoshi'a-na': «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».

Sono convinto che nella preghiera di Gesù c'è posto anche per ognuno di noi, egli, come un amico vero, dice Hoshi'a-na' in vece nostra, per quando non siamo capaci, per quando non ci rendiamo conto, per quando non siamo in più grado di credere che qualcuno ci possa davvero salvare.