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IV° Domenica di Avvento Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)




IV° Domenica di Avvento Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
Ecco la domanda: nella tua dimora più intima sei sola o vi è un qualcuno a cui sempre è riservato uno spazio particolare?

L'essere umano, contrariamente a un istinto che potrebbe apparire spontaneo, non considera la casa come il centro di tutto. L'uomo sente che lo spazio non è tutto uguale. Non è un'estensione senza differenze. E non basta il proprio corpo a dargli un ordine. Nemmeno la sua casa. L'uomo non ci mette molto a riconoscere che in effetti esistono dei posti che sono diversi dagli altri, che sarebbe meglio dire unici, esclusivi, singolari. Per esempio dove sgorga una sorgente, dove è caduto un fulmine, sulla vetta di una montagna, dove un promontorio si lancia nel mare, dove le rocce hanno scavato un pozzo, in una brughiera protetta dalla foresta. Sono quei punti in cui appare innegabile che sia passato il divino. Il suo dito ha toccato la terra e vi ha lasciato il marchio della sua impronta. Da quel momento quel punto preciso della terra viene guardato come il centro del mondo. Nelle antiche radici indoeuropee si chiama mundus, che vuol dire più o meno buco, anche quando si tratta di una montagna o di qualcosa che non è precisamente scavato nella terra; buco perché nomina in ogni caso il punto in cui il tocco divino ha lacerato la terra lasciando segni di sé. Quello infatti è il punto esatto a partire dal quale si può dire per tutti dove si trovi l'alto e il basso, le quattro direzioni della terra, il lontano e il vicino.

Sono parole di Giuliano Zanchi in un interessante articolo sul senso umano del costruire. Zanchi sostiene che il mundus è, in pratica, un "buco" prodotto dal tocco divino: come una grotta con un'apertura che lascia il passo alla luce, o come una stanza con uno squarcio verso l'alto, o come il Pantheon di Roma. Ora, ecco il punto, il cuore dell'uomo è strutturato proprio in questo modo: per quanto esso sia custodito nell'interiorità e protetto da ogni lato, esso ha un'"apertura incolmabile", tale cioè che nessun uomo sarebbe in grado di riempirla. Nel cuore dell'uomo Dio ha lasciato la Sua impronta, ha impresso il Suo tocco, lasciandovi un'apertura, una sorta di "buco" che è come una finestra verso il Suo abisso: come una casa scoperchiata, come un vuoto incolmabile, come una ferita insanabile. L'uomo si costruisce la casa cercando in essa sicurezza e protezione, la pace esteriore e quella interiore; ma nel suo stesso cuore vi è un luogo dove abita un'inquietudine che non sembra placabile. Come scrive sant'Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore! E il nostro cuore è senza posa, finché non riposa in Te!». Forse, proprio intuendo questa fondamentale correlazione fra il proprio cuore e Dio, la storia dimostra innumerevoli esempi di come l'uomo cerchi di costruire una casa per il divino, pensando che l'inquietudine del proprio cuore potrà cessare il giorno in cui a Dio sarà garantita la pace di una casa. Il principio a cui si ispira questo modo di pensare è il seguente: il proprio cuore è inquieto perché Dio è inquieto, se si placa l'agitazione divina costruendogli una casa, anche il cuore dell'uomo potrà finalmente trovare la pace.

Potrebbe essere proprio questo il presupposto non dichiarato della prima lettura di questa domenica, IV di Avvento, in cui il re Davide, dopo essersi costruito una casa, ne vorrebbe costruire una anche per l'Arca del Signore, un tempio, capace di "contenere" la divinità. L'intenzione di Davide appare lodevole e il Signore stesso, in un primo momento, sembra confermarlo attraverso le parole del profeta Natan: «Va', fa' quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va' e di' al mio servo Davide: "Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?"». Non è l'uomo che può costruire una casa per Dio, ma esattamente l'opposto; e, poco dopo, Natan stesso lo rivela a Davide: «Il Signore ti annuncia che farà a te una casa».

Il principio ingenuo secondo cui l'uomo pensa di placare la divinità costruendogli un tempio, non è del tutto errato, ma va capovolto: «Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori» (Sal 126,1). La pace che l'uomo cerca non si raggiunge costruendo una casa che possa placare l'inquietudine divina, ma lasciando che sia la Sua presenza serena e armoniosa a edificare la pace nel cuore dell'uomo.

Ora, il brano evangelico odierno sorprende tutte queste considerazioni, perché Dio invia un suo messaggero per chiedere all'uomo, anzi, a una donna, di poter edificare in lei una casa; ma lo scopo non è in primo luogo quello di portare la pace dentro di lei, quanto quello di costruire una dimora per sé, anzi, più precisamente, per il Figlio che da sempre vive nel seno divino. Viene chiesto a una donna che il Figlio, il Creatore dell'universo, possa essere accolto in lei per entrare nel mondo, con figlio generato da una sua creatura. Pur essendo fragile e limitata, una giovane donna, con il suo "sì", diviene capace di ospitare in sé il mistero immenso di Dio: come possa l'Infinito abitare il finito, senza squarciare lo spazio limitato di quella dimora e senza nemmeno perdere la propria identità, non può essere oggetto di una dimostrazione ma può essere soltanto il "tenue bagliore" di una Rivelazione.

Nella luce discreta di questa stessa Rivelazione possiamo anche intuire quale sia la dimora che permetta all'uomo di placare la sua inquietudine fondamentale e dare riposo alla sua anima tormentata: non è l'alloggio in sé che può operare nell'uomo il miracolo della conciliazione interiore ed esteriore, ma è l'Ospite che può fare di ogni posto un luogo di vera conciliazione; come a dire che la pace nel cuore dell'uomo ci può essere solo quando l'uomo e Dio abitano insieme nella medesima casa.