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III° Domenica di Avvento Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
La domanda oggi è d'obbligo: qual è il tuo curriculum?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né giorno né vita.
Non siamo la polvere di un angolo tetro né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano,
non siamo, non siamo, non siamo.
Questi versi appartengono a una canzone del 1990 di Francesco Guccini dal titolo Quello che non. L'Autore svela il motivo ispiratore della sua composizione con queste parole: «Arrivati a un punto centrale e culminante della vita, o della carriera, guardando indietro e scorrendo veloci gli anni e i successi, gli impeti ingenui o testardi, le cocenti delusioni, e a vedere senza inganni le cose e gli avvenimenti, è evidente soltanto quello che non si è, quello che non si è riusciti poi a realizzare».
Potrebbe essere il testo del curriculum dell'uomo contemporaneo. Il tono delle parole lascia trapelare una delusione o una disillusione, come se rappresentassero una sorta di "tonfo" che riporta l'uomo a terra dopo che si è incamminato per una via impropria, sbagliata, "eccessiva". «Ormai non siamo più nulla», dice Guccini; parole così amare lasciano intendere che, prima, aveva invece condiviso l'illusione di essere "qualcosa"; anzi, anche più di qualcosa: di "essere molto" o, addirittura, di "essere tutto"!
«La malattia del nostro tempo è la superiorità», ha scritto il famoso romanziere francese Honoré de Balzac. La superiorità, infatti, è incontentabile e implacabile; essa si protende, spesso in modo nascosto o nei panni simulatori della disponibilità o addirittura dell'umiltà, puntando verso la supremazia e ricorrendo a ogni mezzo disponibile pur di raggiungere il proprio scopo: si pensi solo a che cosa siamo disposti a fare, in modo legittimo o illecito, per una carriera, per un posto, per una vittoria. Accade poi che solo la concretezza della vita, con il contraccolpo prodotto da un avvenimento inatteso, sia capace di costringere l'uomo a prendere atto di come stanno realmente le cose. Il rischio, a questo punto, dopo il "tonfo", è quello di lasciarsi andare unicamente a considerazioni pessimistiche e negative.
In questa linea, quando si chiedesse a un uomo – non solo contemporaneo – di mostrare il proprio curriculum vitae si potrebbe notare una scollatura fra quello che egli afferma e la realtà della sua vita effettiva; con notevole frequenza, si potrebbe osservare una duplice opposta tendenza: o a esagerare, a volte fino all'inverosimile, le proprie doti e i propri risultati; o a chiudersi in considerazioni disilluse e depresse circa la propria triste e irrimediabile condizione. È come se le dichiarazioni che l'uomo dà di sé stesso dimostrassero il suo smarrimento, la sua incapacità a trovare la "via", la sua ricerca indomita di una rotta che però egli, da solo, non è in grado di individuare.
Sullo sfondo di questa descrizione emerge ancora più nitida e sorprendente il figura Giovanni il Battista capace di fungere da guida, da strumento di orientazione verso la luce, verso la vita, verso la verità per gli uomini di tutti i tempi. Ci si può chiedere per quale motivo il Battista avrebbe delle doti così uniche e particolari: perché proprio lui? in che cosa consiste la sua capacità orientativa nei confronti degli uomini? chi è in realtà Giovanni il Battista? Queste stesse domande erano vive già al tempo in cui egli iniziò la sua missione e molti giudei avevano accolto la sua predicazione; in particolare l'autorità religiosa legittima di allora – rappresentata dai sacerdoti e dai leviti di Gerusalemme – lo voleva sapere. Costoro decisero di recarsi da lui nel deserto per chiedergli conto della sua missione, per avere delle prove che potessero accreditare il suo modo di agire e di parlare; in pratica, essi andarono da lui per ottenere il suo curriculum: «Tu, chi sei? Sei tu Elia annunciato dal profeta Malachia per gli ultimi tempi (cf. Mal 3,23-24)? Sei tu il profeta che ci è stato promesso (cfr. Dt 18,18; 34,10)? Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato». I titoli notevoli che vengono attribuiti a Giovanni testimoniano dell'effetto straordinario che doveva avere la sua predicazione sulla gente. Ebbene, Giovanni per tre volte risponde: «No! Non lo sono: non sono quello che voi pensate di me!». Giovanni non cede alla tentazione di presentare un curriculum prestigioso: Gesù stesso afferma che, in realtà, Giovanni era «l'Elia venuto e non riconosciuto» (cfr. Mt 17,12-13); ma, in questo caso, Giovanni non proclama di sé neppure ciò che egli è in realtà. Che questo silenzio possa dipendere da una forma pessimistica e depressiva simile a quella che abbiamo analizzato sopra?
In realtà, è proprio la missione di Giovanni che lo porta a non attirare l'attenzione sulla propria persona: egli è soltanto uno strumento di orientazione, un dito teso a indicare un altro. Il suo curriculum parla di un altro. Un altro che è già presente, in modo nascosto, e che sta per essere manifestato proprio da lui, che pure non è «degno di slegargli il laccio del sandalo». Giovanni è grande nella sua capacità di farsi piccolo, di «diminuire affinché Cristo cresca» (cfr. Gv 3,30). Scrive Enzo Bianchi: «Giovanni ammonisce la chiesa e tutti gli evangelizzatori a non esigere sguardi su di loro, a non parlare di se stessi, a non trattenere presso di sé chi deve essere condotto solo a Cristo! In questo tempo di narcisismo religioso, un tempo in cui abbondano quelli che "raccontano se stessi per dare testimonianza" o che, in nome dei carismi ricevuti, ostentano senza pudore la propria persona agli occhi del mondo, Giovanni il Battezzatore è una memoria che interroga e giudica senza tregua…»
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