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II° Domenica di Avvento Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)
Oggi nella liturgia troneggia la figura di Giovanni il Battista che ci ricorda che per poter accogliere il Signore nel suo Natale abbiamo bisogno, anche noi, di andare nel deserto, di ammettere sinceramente le nostre contraddizionie e di convertirci. Saremo in grado di fare nostro un impegno così radicale ed esigente?
- Dimmi, Grillo, e tu chi sei?
- Io sono il Grillo-parlante, e abito in questa stanza da più di cent’anni.
- Oggi però questa stanza è mia – disse il burattino – e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.
- Io non me ne anderò di qui, – rispose il Grillo – se prima non ti avrò detto una gran verità.
- Dimmela e spicciati.
- E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?
- Vuoi che te lo dica? – replicò Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. – Fra i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo che veramente mi vada a genio.
- E questo mestiere sarebbe?
- Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.
- Per tua regola – disse il Grillo-parlante con la sua solita calma – tutti quelli che fanno codesto mestiere, finiscono quasi sempre all’ospedale o in prigione.
- Bada, Grillaccio del mal’augurio!... se mi monta la bizza, guai a te!...
- Povero Pinocchio! mi fai proprio compassione!...
- Perché ti faccio compassione?
- Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno.
- A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso di sul banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo-parlante.
Spesso la voce del grillo, la voce della coscienza, è scomoda e, piuttosto che vivere alla presenza di quel fastidioso ammonimento, ci si convince che è molto meglio metterlo a tacere; dopo tutto, ne va della propria salute mentale! Il Grillo di Pinocchio sta “all’esterno”, ma la forza delle sue parole è legata a una voce che conferma e risuona con forza “all’interno” di lui, perché è sensibile alla verità del richiamo del Grillo. Ne nasce un conflitto interiore fra la parte di sé che ha scelto di agire in un certo modo e la voce di un “altro”, un’altra parte di sé, che non approva quel comportamento. Pinocchio finisce con lo scagliare il martello contro il Grillo, lo uccide, per non sentire più la sua voce. Due sono le conseguenze principali di questo comportamento: il Grillo tace, e la coscienza interiore di Pinocchio non risuona più di fronte alle sue parole; il grillo è morto e il conflitto interiore di Pinocchio è risolto, apparentemente. La sua coscienza sembra assopita, svanita, rimossa.
«La rimozione permette all’individuo di risolvere un conflitto, allontanando continuamente quanto turba la propria pace: il desiderio escluso rimane comunque una spinta insoddisfatta, pronta a riaffacciarsi quando le difese si allentano, permettendo all’individuo di percepire quanto inavvertito e confinato al di fuori della sua consapevolezza». Si tratta di una riflessione fondamentale di Sigmund Freud (1856-1939), il quale scopre che l’uomo cerca sempre di risolvere i propri conflitti interiori attraverso la repressione dell’elemento ritenuto “dissonante”; tale operazione, però, può anche dare origine a una vera e propria malattia della psiche in quanto l’elemento rimosso continua a operare, a livello per così dire “sotterraneo”, alimentando quel conflitto che pure voleva risolvere. La rimozione viene attivata soprattutto verso le tensioni interne alla propria coscienza per evitare di dover stare di fronte a un episodio vissuto come traumatico o scioccante, contraddittorio o vergognoso; “eliminando” l’elemento dissonante, la vita della persona può riprendere il proprio corso senza il peso, a volte insopportabile, del conflitto interiore. Ma che cosa accade se la rimozione viene applicata verso un richiamo che proviene dalla coscienza morale? Quando la voce interiore richiama e rimprovera l’individuo di fronte alle sue contraddizioni, alle sue incoerenze, alle sue ingiustizie, alle sue meschinità, alle sue piccole o grandi menzogne, che cosa accade se, per evitare la dissonanza interiore, viene rimosso quel suo salutare richiamo?
È quello che succede a Pinocchio dopo che ha ucciso il Grillo. Paradossalmente, il burattino ritrova la pace dentro di sé; una pace ottenuta rimuovendo la voce della propria coscienza. In tal modo Pinocchio avvia la sua esistenza verso la perdizione col sorriso sulle labbra, perché ormai non vi è più nulla che lo richiami alla coerenza, alla sincerità, alla fedeltà. In tali situazioni occorrerebbe qualcuno che fosse in grado di risvegliare colui che si è avviato su di un simile sentiero e lo facesse uscire dalla nuvola di illusioni nella quale si è cacciato per evitare di riconoscersi colpevole, peccatore, urgentemente bisognoso di conversione. Ma, per Pinocchio, proprio il Grillo era colui che svolgeva questo compito tanto importante quanto, troppo spesso, ingrato. Ora che non vi è più nessuno in grado di scuotere il ragazzo dal suo torpore, egli sembra irrimediabilmente perduto!
Una situazione simile a questa sembra essere quella dell’umanità nel momento in cui inizia la predicazione di Giovanni Battista: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Un richiamo radicale, improvviso e inatteso scuote la coscienza atrofica e, ormai, “evanescente” degli uomini. Di fronte a quella voce, due movimenti profondi e opposti sconvolgono la vita della coscienza: da un lato, la nostalgia di una vita perduta, rimossa eppure in qualche modo sempre agognata; dall’altro, l’impulso a far tacere definitivamente anche quella voce, come è accaduto troppe volte a chi ha avuto il coraggio di dire la verità, ai profeti, e anche al Grillo.
Giovanni Battista parla con chiarezza e denuncia un insieme di abitudini che si sono sedimentate nell’uomo: l’inuguale ripartizione dei beni non più avvertita come forma di ingiustizia; le piccole disonestà che sembrano divenute fatti consueti, trascurabili, di costume; gli abusi di potere che spesso vengono giudicati “necessari” per un’efficace gestione del potere stesso.
La voce di Giovanni, ieri come oggi, è la voce dei profeti, di uomini, di donne, di bambini, di giovani, di anziani che Dio invia come suoi messaggeri perché scuotano e risvegliano la nostra coscienza assopita. Non di rado si lamenta l’assenza di profeti autentici nel nostro tempo, ma si dovrebbe avere il coraggio di chiedersi se ciò non dipenda in realtà dalla nostra incapacità ad ascoltare la loro voce che chiede conversione: è certo una voce scomoda, ma è soprattutto un’occasione, forse unica, per poter incontrare davvero il Signore che ci viene incontro nel suo Natale.
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