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I° Domenica di Avvento Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)




I° Domenica di Avvento Riflessione sulle Letture (Don Rinaldo)

La liturgia della prima settimana di avvento ci invita a vigilare, ad attendere... Io cerco di porre una domanda preliminare a questo invito decisivo, per evitare la solita retorica che noi dobbiamo impegnarci ad attendere Dio, il quale, nel frattempo, sarebbe assente o impegnato in altro...

Ti è passato accanto il Signore
e non hai aperta la porta
della tua casa.

Le luci di tutti gli smeraldi,
i nitidi occhi delle stelle più pure,
l’alito della vita che spira
tra selve d’uomini e di foglie
sono povere cose nel nulla
di fronte al dono che il Signore
voleva recarti, quando,
forte di un silenzio d’amore,
ha sostato davanti alla soglia
della tua casa.

Donata Doni è nata a Lagonegro (Basilicata) il 24 novembre 1913. Ha iniziato fin dal 1928 a scrivere poesie, ma per vederne pubblicata una prima raccolta bisogna attendere gli anni 60. Muore a Roma, dopo aver lottato con una serie di malattie, il 15 dicembre 1972. Nella poesia riportata, il cui titolo è Il dono del Signore, viene descritta una situazione che, spesso, non si osa nemmeno sognare: il Signore, ossia Colui che, unico, è in grado di rispondere pienamente allo slancio del nostro desiderio, si è fermato davanti alla soglia della nostra casa. Potrebbe trattarsi di una sosta dovuta ad altri motivi, potrebbe non essersi fermato per noi ma per un vicino, potrebbe essere solo una breve pausa dovuta alla stanchezza… E invece no: è venuto proprio per noi e reca con sé il dono più prezioso, quello che, anche senza saperlo, da sempre aspettiamo. Ha bussato alla nostra porta e sta attendendo pazientemente che gli si apra; ma, per un motivo incomprensibile, nessuno si muove, nessuno pare intenzionato a sbloccare la serratura: la casa sembra deserta.

In realtà, il Signore sa che l’inquilino è in casa; ma allora perché non apre? perché indugia di fronte a un’occasione così decisiva per la sua vita? Forse non sente bene, forse il suo udito si è abbassato, o forse sta ascoltando qualcosa il cui volume copre il richiamo di Colui che batte alla porta. Il momento è così importante che l’inquilino stesso, se potesse assistere alla scena, rischierebbe di non reggere allo sconcerto: che cosa lo trattiene dall’aprire a un Ospite così eminente? Deve certamente trattarsi di un caso, una coincidenza infelice e sfortunata: il destinatario della visita potrebbe essere solamente assorto in un’attività che lo distrae, o, stanco da una giornata di lavoro, potrebbe essersi addormentato.

Intanto il Signore è ancora lì e, pensando a un impedimento momentaneo, attende pazientemente; dopo un certo tempo, torna a bussare sperando di vedere accolta la sua richiesta: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

Sarebbe davvero una disdetta se a causa di “mezz’ora” di distrazione un uomo dovesse perdere l’occasione della sua vita. Ebbene, forse non di mezz’ora si tratta ma di un’ora, solo un’ora; e, per così poco, essere costretti a veder svanire l’occasione della vita. Sarebbe poi così diverso se, invece di un’ora fossero due o tre, se fosse un giorno di distrazione o una settimana, un mese… O forse un anno, un anno in cui non siamo stati attenti, non abbiamo avvertito il bussare del Signore alla nostra porta. Dopo un anno il Signore avrebbe tutte le ragioni per stancarsi e per abbandonare i suoi reiterati tentativi.

Eppure, in fondo, che cos’è per Lui un anno, un anno di attesa a confronto della Sua Eternità; dopotutto, potrebbe essere una prova della Sua dedizione incondizionata verso di noi, una dimostrazione che il Suo Amore, di cui tanto si parla, è davvero una realtà che Lo coinvolge direttamente, concretamente, personalmente. Potrebbe quindi aspettare un anno, e forse anche di più!?

Intanto passano i giorni e le stagioni. Il Signore, ben più fedele di un servo, ben più tenace su un amante respinto, è ancora lì alla porta che ripete il suo richiamo. Ci si potrebbe chiedere fino a che punto Egli sia disposto a stare lì sopportando di essere ignorato; chiedersi, dopo un tempo così lungo, se sia non solo opportuno ma “doveroso” per Lui prendere atto della situazione e andarsene, per evitare che la fedeltà sia scambiata con una malattia, la costanza con un’ossessione.

Ora, dal punto di vista del Signore, di Colui che ancora bussa alla nostra porta, potrebbe essere un’altra la vera questione, la vera domanda, l’enigma supremo e decisivo: non accade forse che, quando ci si ostina a non voler ascoltare una certa voce, a un certo punto, anche volendo, non si è più in grado di sentirla? Ben prima che il Signore si stanchi o sia doveroso per Lui andarsene, colui che non vuole ascoltare diviene incapace di sentire il Suo bussare alla porta, perché l’orecchio, se insiste a non voler ascoltare, si inibisce fino alla sordità più completa e più totale. Non sarà questo il vero motivo per cui oggi non siamo capaci di udire il tocco inconfondibile della mano del Signore che bussa alla nostra porta? E, se così fosse, che cosa potremmo fare?

Forse, dopo tanto tempo, noi dovremmo dare un segnale a Lui, un segnale per dire che finalmente ci siamo, che, nonostante tutte le nostre contraddizioni, ancora Lo attendiamo; dovremmo preparare la casa per il Suo arrivo, pensando e sperando che Egli sia ancora disposto a farci visita: qualcosa di simile a quello che suggerisce Donata Doni in una sua poesia intitolata Non exstinguetur in nocte. Così ci potremmo preparare, così dovremmo fare.

Accendi tutte le luci,
prepara tutte le fiaccole,
illumina la casa
della tua anima.
È notte, ma l’alba
è certa, vicina.
Potrebbe giungere
il tuo Signore
e chiamarti con la voce
che hai ascoltato
fin da bambina.
Non si spenga
la tua lucerna, alimentala con la lunga
pazienza del soffrire.